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10 agosto 2004

La storia dell’uomo…

La storia dell’uomo…


… la creazione in dialetto veneto


 


 


In principio Dio creò el musso el ghe dise:


“Te sarè musso. Te lavorare sensa mai lamentarte, dall’alba al tramonto, portando pesi su a gropa, no te gavarè l’inteligensa e te vivarè fin a 50 ani. Te sarè musso.”


El musso ghe risponde: “Sarò musso, però rivare a 50 ani xe massa damene 20.”


El Signore dixe “Va ben!”


Alora Dio crea el can el ghe dixe: “Te difendarè a casa de l’omo e te sarè el so migliore amico, te magnare queo che te dà e te vivarè 25 ani. Te sarè can.”


El can ghe risponde: “Signore, vivar 25 ani xe massa par mi, dame 10 ani che me basta”.


El Signore lo acontenta.


Alora Dio crea la simia.


“Te sarè simia”, dixe el Signore, “Te saltare de rama in rama fasendo el papasso e te divertarè tuti e te vivarè 20 ani. Te sarè simia”.


“Signore vivar 20 ani la xe dura!!! Damene solo 20 de ani.”


“Conceso” dixe el Signore.


Finalmente Dio crea l’omo el ghe dixe “Te sarè omo, l’unico esere bon de ragionar sula facia dela tera, te usarè l’inteligensa par comandarghe ale bestie, te dominare el mondo intero. E te vivarè 20 ani. Te sarè omo”.


Risonde l’omo: “Signore sarò omo, ma vivare 20 ani me par pocheto, dame i 30 ani che el musso ga rifiutà, i 15 che el can non ga volesto e i 10 ani che la simia non ga acetà”.


Così el Signore ga fato.


Da alora l’omo vive 20 ani da omo, el se sposa e pasa 30 ani da musso lavorando e portando tutto el peso dela fameja sule spale. Dopo quando i fioi va par conto suo el vive 15 ani da can, tendendo a casa e magnando queo che ghe vien da, par dopo rivare e essere vecio, ‘ndare in pension e vivare 10 ani da simia, saltando da casa in casa, de fiolo in fiolo e fasendo el paiasso par far divertire i nevodi.




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29 aprile 2004



Un articolo di Marino Smiderle pubblicato sul giornale di Vicenza:

 

Pedescala e la verità che non c'è



 Cinquantanove anni fa esatti a Pedescala c’erano i russi. Ultimi bagliori di una guerra ormai di retroguardia, ma proprio per questo più cattiva, spietata, vendicativa. I cosacchi, come li chiamava Bruno Caneva, uno dei principali sospettati dell’eccidio, erano soldataglia di complemento alle truppe del Terzo Reich tedesco. «Passavano le giornate gozzovigliando - riportano le cronache dell’archivio parrocchiale - e cercando anche di accontentare le loro basse passioni». Partirono all’alba di quel tragico 30 aprile 1945, quando molte città d’Italia stavano ancora impazzendo di gioia per l’avvenuta liberazione dai nazisti.
Per Pedescala stanno per calare le tenebre. La ferocia dell’uomo, se di uomo si può parlare, si sta per abbattere su questa frazione di poche centinaia di anime. Dunque, siamo all’alba di quel 30 aprile. Alba di sangue è un titolo perfino troppo scontato e banale. Ma è il titolo giusto: 63 trucidati a Pedescala e 19 tra Forni e Settecà bastano e avanzano per inserire queste frazioni nell’elenco degli orrori di un dopoguerra troppo tragico per essere dimenticato.
Se se ne parla ancora dopo quasi 60 anni è perché qualche giudice sbadato, o forse troppo attento alla ragion di Stato, ha tentato di liquidare il tutto relegando il corposo e ingombrante fascicolo in un armadio lontano da occhi indiscreti. Per fare nomi e cognomi, il procuratore generale Enrico Santacroce, nel 1960, con i muri di Pedescala ancora idealmente anneriti dal fuoco della morte appiccato dai nazisti, firmò un decreto di archiviazione. Basta, finito così, senza colpevoli, con i parenti delle vittime destinati a leccarsi le ferite senza la sutura della giustizia.
Invece di colpevoli ce ne furono tanti, a cominciare da quei folli partigiani che, forse raccogliendo le armi lasciate dai russi, si misero a sparare sui tedeschi in ritirata, scatenando una rappresaglia che, comunque, appare spropositata. Di fronte a tanta cieca violenza non c’è legge di guerra che tenga. Comunque succede. I nazisti, un gruppo di guastatori della "Hermann Goering", aiutati da qualche italiano delle brigate nere, mettono a ferro e fuoco il paese.
Il fascicolo che, fino alla metà degli anni 90, rimarrà sepolto nell’"armadio delle vergogna" nascosto a palazzo Cesi, a Roma, serve a capire meglio, a delineare i contorni di quanto accaduto. Ma sui nome dei responsabili c’è ancora mistero, incertezza. Il parlamentare vicentino Pierantonio Zanettin, di Forza Italia, fa parte di quella commissione costituita ad hoc per verificare il motivo dell’occultamento. Grazie a lui è stato possibile togliere il segreto da quel fascicolo composto da oltre mille documenti.
«Numero di Registro 2102. "Imputati: Piazza, Caneva e 33 militari tedeschi". "Parti lese: Martino Brinz più donne, uomini e bambini". Si accertò, dopo la trasmissione del fascicolo avvenuta il 19 luglio del '95, che quel Caneva era un sergente di Asiago della Rsi. Ma tutti i testimoni erano morti e si è dovuti arrivare all’archiviazione». Così scrisse Franco Giustolisi sull’Espresso, quando esplose lo scandalo dell’armadio dimenticato.
Archiviazione. Una parola difficile da digerire, specie per i parenti delle vittime. Ma l’avrebbero anche digerita, pur nel dolore. Dopo che al Comune di Valdastico, nell’81, il presidente Pertini concede una medaglia d’oro al valor militare per attività partigiana, scoppia un pandemonio. Sì, perché se quei partigiani non avessero sparato, gli aguzzini nazisti avrebbero proseguito verso nord, senza distruggere una comunità.
Vabbè, questo è un altro discorso, che si riallaccia però col concetto di verità storica, che probabilmente non verrà mai scritta. Il fascicolo rimasto chiuso nell’armadio della vergogna si apre con un’indagine condotta in maniera perfetta dagli investigatori americani, il maggiore Thomas E. Johnson e il tenente Sydney S. Asher. Bastavano quegli appunti, quei riscontri, per poter perseguire i colpevoli, o perlomeno per poter risalire a qualche nome a cui affiancare l’epiteto di "boia". E invece tutto l’incartamento è finito nell’armadio della vergogna.
Prendiamo, per esempio, Bruno Carlo Tripoli Caneva (nome completo), maresciallo delle brigate nere e imputato numero uno, secondo gli inquirenti di Padova. Dalle carte questo presunto boia non c’entra nulla. Lui a Pedescala non c’era: era ferito al braccio e si stava curando a Merano. Lo testimoniano un’infermiera e il titolare dell’albergo in cui alloggiava la moglie, Ida Stella. In compenso (vedi testimonianza sotto), ci sarebbero stato i fratelli, Adelmo e Antonio, che abitano a Mendoza, in Argentina.
E i nazisti? Chi ha dato quell’infernale ordine? Le carte dicono che gli inquirenti, sempre negli anni 90, hanno proceduto ad inoltrare rogatoria internazionale per sentire il colonnello Bruno Schram e il suo sottoposto, Siegfried Magold. I due hanno confermato di aver fatto parte della Goering, ma hanno anche sostenuto che in quel tragico 30 aprile erano già a Levico. Schram ha ricordato che il giorno successivo arrivò l’annuncio del suicidio di Hitler e lui lo comunicò ai soldati. «Ero a Levico, non posso sbagliare». Magold, invece, ricorda ancora meno.
Di Piazza si perdono le tracce, dei Caneva s’è detto e di un certo maresciallo Wield citato più volte negli interrogatori degli alleati non è dato sapere.
Sono passati tanti anni, eppure a guardare quelle carte, che trattengono più segreti di quelli che rivelano, sembra che il tempo non sia mai passato. Sarà la mancanza di giustizia, sarà il fatto che i colpevoli, tutti i colpevoli, l’hanno fatta franca. Non è di consolazione sapere che è passato tanto tempo. Richiudiamo quel fascicolo con tristezza aggiungendoci il protocollo della rabbia.




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24 aprile 2004

Le REGOLE

In questo messaggio parlerò delle regole, in particolare di quella del mio paese, Casotto, che fino al primo conflitto mondiale apparteneva all’Austria.




Il 18 luglio 2001, con Decreto n. 77/2001, la Regione Veneto ricostituiva l’antica Regola di Casotto e la iscriveva al numero 34 del Registro Regionale delle persone giuridiche di diritto privato.




Cos’è la Regola? Cosa significa persona giuridica di diritto privato?




La “Regola” è un istituto medievale per cui i proprietari o “consorti”, di un dato territorio “regolatus” indiviso, generalmente montano, determinano autonomamente le “norme”, riunendosi in assemblea.




L’istituto regoliero era diffuso, e lo è tuttora, non solo nel Trentino, ma nell’intero arco alpino, dalla Val d’Aosta al Friuli, e così pure al di là delle Alpi, pur con diverse denominazioni a seconda dei luoghi: “Regole”, “Vicinie”, “Colonnelli”, “Consorterie”, “Consortile”, “Rigel”, “Regule”. Le “regole” emanavano le “carte di regola”, che non sottostavano al “dinasta” per l’approvazione, ma al Vescovo Principe di Trento.




Le regole trentine, soprattutto quelle delle valli di Fiemme e dell'alta Valsugana, quelle delle "giurisdizioni" di Pergine, Levico e Caldonazzo, godevano di piena autonomia amministrativa, ottenuta dal Vescovo di Trento, Giorgio di Lichtenstein, nel febbraio del 1403.




Ricerche storiche fanno risalire almeno al millequattrocento l'esistenza del primo nucleo remoto, che in seguito sarà documentato come il maso di Casotto, o Tuffer, nel quale alcuni consorti vivevano comunitariamente di quanto offriva la "loro" montagna, il Krojer, cioè di legname e di pascolo.  Il maso di Casotto faceva parte della Giurisdizione di Caldonazzo, assieme a Calceranica, Centa, Lavarone, Luserna e Pedemonte.  La Giurisdizione apparteneva alla Contea Principesca del Tirolo e dipendeva dal dinasta Conte Trapp, vassallo del Vescovo Principe di Trento ed era caratterizzata dall'essere una comunanza di Regole.  Ciascuna Comunità: Caldonazzo, Calceranica, Casotto, Centa, Lavarone, Luserna e Pedemonte si amministrava attraverso le "Regole picole".  Una volta all'anno, di norma la seconda domenica di marzo, i capifamiglia delle "Regole picole" si riunivano, in Caldonazzo, in assemblea generale, detta "Regola Granda" e decidevano sulla amministrazione delle Comunità.




A capo della Regola si trovava il Regolano, che amministrava il patrimonio indiviso, tutelava i diritti della Comunità regoliera e controllava gli amministratori comunali, compreso il sindaco; il tutto era stabilito dallo Statuto della giurisdizione di Caldonazzo, di cui si conosce l'ultimo testo, redatto da Giorgio Búrn nel 1564.




All'epoca tutto ciò avveniva da secoli, e durò fino agli inizi del 1800.




In base al nuovo Codice Penale austriaco, in data 5 gennaio 1805, con Circolare del Governo provinciale di Innsbruck, venivano soppresse tutte le Regole tirolesi in quanto "illecite combricole di popolo".  Anche la Regola di Casotto venne sciolta ed il patrimonio agro-silvo­pastorale fu dato in amministrazione al Comune di Casotto; in seguito, detto patrimonio fu intavolato al Libro Fondiario di Trento, impropriamente, in capo al Comune medesimo.




Nel 1918, come conseguenza della guerra persa dall'Austria, il Tirolo entrò a far parte del Regno d'Italia. In seguito, nel 1927, il Regno d'Italia cercò di uniformare tutta la materia delle proprietà collettive, definendole "usi civici".  A questa legge si opposero sia le Regole del Cadore e del Comelico, sia quelle delle valli Giudicarie.




A quel tempo, però, Casotto non capì completamente il significato nefasto della legge e, pertanto, non si oppose al Decreto n. 106 del 15 maggio 193 1, del Commissario degli usi civici di Milano che riconosceva, sul territorio corrispondente all'antica Regola del maso di Casotto, l'esistenza del diritto degli usi civici a favore dei Casottiani.




Si assistette al fatto curioso che, mentre ciascun casottiano si considerava proprietario del patrimonio silvo-pastorale, come sentito dire dagli anziani, ne era invece, per legge, solamente l'usufruttuario.




Ovviamente questa incongruenza, comune del resto anche ad altre Comunità, venne superata da leggi moderne ed attuali, rivolte alla tutela ed alla valorizzazione della montagna.




Lo Stato italiano, infatti, con la legge sulla montagna n. 97 del 31.01.1994, stabiliva che le proprietà collettive potevano ricostituirsi negli antichi "enti" dotati di personalità giuridica di diritto privato e ne attribuiva alle Regioni l'attuazione; cosa che la Regione Veneto fece con propria Legge n. 26 del 19.08.1996.




La Comunità Casottiana, compatta e concorde, si raccolse in un "Comitato promotore per il riconoscimento degli antichi diritti" ed ora, dopo un iter durato circa tre anni, si vede finalmente ricostituita nell'antica Regola, proprietaria esclusiva del patrimonio agro-silvo­pastorale.




I casottiani, con la ricostituzione della Regola, grazie all'Autorità regionale competente, sono ritornati alle condizioni precedenti a quelle d'inizio 1800, quando vennero espropriati dell'antico patrimonio, patrimonio che è, invece, di loro esclusiva proprietà privata e non più pubblica e, come recita la legge, “inalienabile, indivisibile, inusucapiabile”.




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